E se anche Report fosse contro Internet?
La puntata di Report del 10 aprile "Il prodotto sei tu" dedicata al mondo Internet, ed a Social Network, privacy, sicurezza in particolare, ha generato un'onda lunga di polemiche e commenti: molti quelli che sostengono che la trasmissione si inserisca nel contesto di costante delegittimazione e demonizzazione della Rete, messe in atto attraverso una sua banalizzazione ed un accento emotivo sui suoi potenziali pericoli.
Esprimere un'opinione su di una trasmissione che non ho seguito non è nelle mie abitudini. Ed infatti non lo faccio: preferisco esprimere considerazioni su ciò che c'è attorno - prima, dopo, assieme, contro - e scrivere un articolo che omaggi Report con un titolo provocatoriamente banalizzante.
Ho inoltre avuto una discussione emblematica in proposito con due persone "in target" che l'avevano vista - e di questo posso certamente parlare - così come posso parlare dei metodi di comunicazione che ritengo abituali per la TV italiana, e che vorrei non appartenessero a "tutta" la TV.
Le due persone in questione sono un "target" interessante e significativo perchè:
- Entrambe "over 50" e genitori.
- Entrambe con cultura e curiosità ampiamente superiori alla media.
- Entrambe solitamente critiche verso il mondo dell'informazione.
- Entrambe con atteggiamento aperto nei confronti del mondo ma non utenti abituali della Rete.
Il "messaggio" ricevuto da Report era per loro sostanzialmente "la Rete è piena di pericoli, vi rubano l'identità, giocano coi vostri dati "perchè così è la Rete", e su Internet giovani mostri dotati di intuizioni magiche e conoscenze esoteriche fanno montagne di soldi alle spalle dei poveri utenti inconsapevoli".
Mi è sembrato molto strano, ho pensato ad un grossolano fraintendimento di ciò che era stato detto in Report, ed ho voluto verificare cosa dicessero in proposito voci-blog (come quella di TagliaBlog e di altri professionisti del Web) solitamente equilibrati e per nulla "entusiasti" - anzi spesso molto critici verso Google, FaceBook ed altri soggetti simili. Sostanzialmente, tutti accusavano l'inchiesta Report di essersi allineata alla posizione denigratoria (non tanto nei contenuti, quanto nello schema comunicativo) tipica della TV nei confronti del Web.
La riflessione che faccio, e che va evidentemente oltre la trasmissione Report che, ripeto, non ho visto, è questa: che in Rete ci siano pericoli è evidente. Ma non perchè "così è la Rete". Convincere - o comunque far passare il messaggio - che la Rete sia pericolosa in quanto tale, è aggiungere l'ulteriore rischio che gli utenti non capiscano la questione fondamentale: la Rete non è un giocattolo, è parte del mondo esattamente come le TV, le piazze, le strade.
E' evidente anche il meccanismo comunicativo che in genere viene usato dalla TV italiana (e non solo riguardo alla Rete): primato alla "comunicazione emotiva" ed audience sfruttando la paura di ciò che non si conosce. Per non parlare delle campagne terroristiche contro il Web della TV di Stato, che produce e mette in onda spot della serie "se tua figlia chatta, probabilmente prende appuntamento con un violentatore".
E' chiara la linea politica di fondo (politica non significa affatto "partitica"): la comunicazione bidirezionale è pericolosa per l'establishment (politico, culturale, informativo), è più difficile da controllare, dà potere "dal basso", dà la libertà di essere eclettici e di scegliere tra molte più voci, di accedere a molta più informazione, di esprimere idee essendo potenzialmente alla pari senza distinzioni di sesso, razza, condizione sociale, orientamenti sessuali.
A giudicare dai risultati che ho potuto osservare (ovvero la reazione di due persone intelligenti, curiose ed informate, ma NON "navigatori" abituali) e dall'esperienza pregressa del trattamento che le TV e buona parte della carta stampata riservano al Web, temo sia ragionevole pensare che i commenti - peraltro quasi tutti dello stesso segno - di chi ha ravvisato il sopracitato atteggiamento anche in Report possano avere effettivo fondamento.
Piuttosto, è preoccupante - ed a mio modo di vedere è ulteriore riprova dell'atteggiamento illustrato poc'anzi - la risposta alle critiche di Report, che taccia di "autoreferenzialità" il popolo del Web (ovvero professionisti ed utenti evoluti, probabilmente più consapevoli ed informati in materia di quanto non lo sia la brava Milena Gabanelli).
D'altronde le levate di scudi dei giornalisti italiani nei confronti di Internet e degli strumenti che mette a disposizione non sono una novità: il solitamente apprezzato Ferruccio De Bortoli provocò una sollevazione rabbiosa nella redazione del Corriere solamente scrivendo una breve lettera, che sostanzialmente diceva "Se volete essere giornalisti dovete integrare il Web, i suoi strumenti, le sue opportunità e la sua cultura nelle vostre attività".
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