Paolo Volponi - "Memoriale"
"Memoriale" di Paolo Volponi - Einaudi, 2007 – pp. 238 - €. 11,00
Definito come espressione del “romanzo industriale” ed in particolare dell’alienazione industriale, Memoriale è sicuramente questo, ma non solo. E’ un romanzo che nasce nel periodo del “miracolo economico” ed osserva il mondo della fabbrica da una prospettiva privilegiata giacché l’autore, impiegato all’Olivetti dal 1956 al 1971, vi percorre il cammino di una carriera dirigenziale ricca di esperienze tali da sollecitarne ed orientarne in modo determinante la vena creativa e la produzione letteraria.
Chi conosce le idee di Adriano Olivetti sul ruolo degli intellettuali di formazione umanistica nella organizzazione aziendale, sa che la presenza di Paolo Volponi, ma anche di Fortini, Giudici, Pampaloni, ecc., nello stabilimento di Ivrea non è casuale. E’ piuttosto il frutto di una oculata politica di selezione del personale, tesa a favorire lo sviluppo dell’azienda con il contemperare le esigenze della produzione con quelle personali e sociali delle maestranze, e con il promuovere l’integrazione materiale e socioculturale della fabbrica con il territorio.
Nel panorama del dinamico sviluppo della grande e media impresa industriale italiana negli anni del secondo dopoguerra, l’Olivetti è un caso isolato che assurge a modello singolare ed esemplare, destinato purtroppo a tramontare rapidamente per costitutiva fragilità. Ben diversi sono altrove - Fiat, per citare l’esempio maggiore - il management e le condizioni delle maestranze: ricerche storiche, testimonianze dirette dei lavoratori, racconti e romanzi attestano la durezza delle condizioni di vita e di lavoro degli operai: “Le trasformazioni tecnologiche” - scrive lo storico Paolo Ginsborg - “avevano modificato l’organizzazione del lavoro. All’inizio degli anni ’60 la produzione in serie prese la forma di un lavoro meccanico e ripetitivo eseguito ad alta velocità e con poche pause nell’arco di una lunga giornata lavorativa. Gli operai comuni reagirono duramente a queste condizioni, e ... chiesero delle modifiche per i ritmi di lavoro e per il salario, e infine un maggior controllo sul processo produttivo come mezzo per combattere la propria alienazione ... Nel ’62 grandi agitazioni operaie caratterizzarono la vita delle città del Nord per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici.”
Di questa realtà e di questi eventi, Memoriale è straordinaria, amara ed autentica testimonianza, soprattutto nelle ultime pagine.
Il protagonista, Albino Saluggia, è una persona che ha pagato al fascismo e alla guerra un prezzo molto alto ed ha patito la tragica esperienza del campo di concentramento. Pochi mesi dopo il suo rientro a casa dalla prigionia, avverte i primi sintomi di una grave malattia (la tubercolosi), che si accompagnano ad una sintomatologia nevrotica sempre più palese e frustrante, ma vuole negare a sé stesso questa realtà e cerca nel lavoro il proprio riscatto e la propria realizzazione. E’una persona la cui esasperata sensibilità gli permette di vedere e di sentire come normalmente non avviene, ed ha un difficile rapporto con l’altro sesso. E’ questo un aspetto della personalità che Albino Saluggia condivide con altri personaggi di Volponi (Il lanciatore di giavellotto, La strada per Roma) che pure, in maniera diversa, portano nell’età adulta un trauma che ne condiziona la sessualità e che ha sempre origine in una disturbata esperienza con la propria madre. E’un aspetto interessante, che forse meriterebbe di essere indagato, ma il protagonista di Memoriale ci interessa soprattutto come operaio. E allora possiamo scoprire Albino mutare nel proprio rapporto con la macchina, passare da un senso di soddisfazione, appagamento ed entusiasmo, ad un progressivo astio, nell’incapacità di controllare i tempi ed i pezzi del lavoro. Solo le immagini fantastiche ed i sogni in cui si perde, permettono ad Albino, costretto al proprio posto di lavoro, di resistere alla monotonia del gesto ripetitivo, alla solitudine e alla definitiva sfiducia.
Saluggia è un operaio pendolare, come tanti altri che consumano la propria vita, parte nella fabbrica e parte sui mezzi che li conducono avanti e indietro dall’hinterland in cui abitano al posto di lavoro, e che poi sono troppo stanchi o malati per fare altro nel poco tempo che avanza. Albino non riesce a trovare conforto in una qualsiasi immagine di Dio: può trovarlo solo in uomini come lui in carne ed ossa, e come lui dolenti e doloranti, come ad esempio il proprio caporeparto che muore, tradito dalla moglie e da un cancro. Malgrado la malattia, la nevrosi, questo operaio, e non potrebbe essere altrimenti, cerca nello sciopero, nella solidarietà di una azione sindacale, un modo per esprimere il proprio disagio. Paga con una sospensione di tre giorni dal lavoro e una diffida di licenziamento - lo Statuto dei lavoratori è ancora di là da venire - il proprio debole attivismo, per poi comprendere, una volta di più, la propria solitudine e il dolore della propria condizione esistenziale. Straordinario non è soltanto il modo con cui Volponi ci descrive il nevrotico altalenare del personaggio tra speranza e disperazione, ma anche il continuo trapassare da grigie immagini industriali a sereni, bellissimi quadri di campagne e di naturali spazi aperti.
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