Italo Calvino - "Marcovaldo"
Italo Calvino, "Marcovaldo ovvero Le stagioni in città", Mondadori - € 8,50 (edizione economica) - € 16,00
Calvino è un osservatore attento e sensibile del cambiamento che investe l’Italia negli anni del miracolo economico, di cui ha saputo cogliere con lucidità, e trasfigurare nelle proprie opere, le contraddizioni profonde, anticipandone pure gli sviluppi futuri più significativi.
Pubblicata originariamente da Einaudi nei “Libri per l’infanzia e la gioventù”, e poi continuamente ristampata, l’opera racchiude in venti favole per grandi e piccini tutti i segni epifanici del cambiamento epocale. I racconti si accompagnano al periodico susseguirsi delle stagioni, la cui ciclicità ed i cui confini cronologici sono oggi, e sempre più, messi in forse proprio dai ritmi e dai guasti prodotti da un uso dissennato delle risorse del nostro pianeta.
Marcovaldo, ovvero Le stagioni in città, è del 1963, anno che conclude la fase più intensa e contraddittoria della storica metamorfosi della società italiana. Ormai l’Italia può dirsi inserita fra i paesi industrializzati: il “Bel Paese” è stato in gran parte cementificato ed i modelli consumistici ampiamente interiorizzati.
Fin dal sottotitolo, la cui intenzione emblematica il lettore non deve lasciarsi sfuggire, Italo Calvino coglie suggestivamente, condensandoli in felice sintesi espressiva, gli aspetti cruciali dell’imponente trasformazione che modifica il tradizionale rapporto città-campagna: la città ormai avanza e fagocita la campagna con la cementificazione selvaggia e la speculazione edilizia; la città che è insieme promessa di benessere materiale e speranza di emancipazione sociale, ma anche luogo in cui si addensa la materia - case, negozi, supermarket, fabbriche, ferrovie metropolitane, strade, automobili - e si affollano gli uomini sempre più anonimi e produttivi, nella logica dell’accumulazione capitalistica e dell’efficienza industriale; la città che attiva e velocizza, con forti e stridenti contraddizioni sociali, il circuito di produzione e consumo.
Il rapido e disordinato inurbamento, esito dinamico e speculare delle grandi migrazioni interne, investe le città del cosiddetto triangolo industriale, trasforma i rapporti sociali e gli assetti politici, modifica ritmi, costumi e comportamenti collettivi e individuali, accompagnandosi ad una vasta gamma di azioni, emozioni e sentimenti, che i protagonisti agiscono e patiscono con varia consapevolezza.
La peculiare temperie di quegli anni trova suggestiva espressione anche nel cantautorato italiano: le canzoni di Gaber, Celentano, Focaccia, Vianello, Lauzi, Endrigo, Gaetano e Tenco sono la traccia sonora del miracolo economico e, insieme con la contestuale filmografia, ci restituiscono fermenti e contraddizioni del “sorpasso” italiano. Esse danno voce e visibilità alle aspirazioni, ai desideri e alle illusioni di chi partecipa in vario modo del cambiamento in atto, ma anche, e prevalentemente, alle lacerazioni ed alle sofferenze - traumatiche separazioni affettive, solitudine, spaesamento, sradicamento culturale - dell’emigrazione sociale.
Certamente personaggio emblematico, Marcovaldo è la mite personificazione di un vissuto soggettivo e di una possibile relazione con il mondo in trasformazione appena tratteggiato. E’ un italiano che è passato e passa attraverso l’enorme mutamento dell’ambiente e degli stili di vita con stupita sofferenza, ed il sorriso con cui Calvino ne accompagna le peripezie non basta a dissolverne la tragicità. Marcovaldo non può vivere serenamente nella moderna città industriale: cerca continuamente la natura anche fra il cemento e confronta i fenomeni naturali con quelli artificiali e con le macchine sempre presenti, il cui rumore ormai scandisce la vita, gli impedisce il sonno, gli condiziona i sensi. La natura che trova in città - funghi, piccioni, conigli, vespe, acqua, aria - gli si rivela già contaminata dal mondo artificiale e perciò malata, ostile e pericolosa per sé e la sua famiglia.
Marcovaldo è un operaio povero: palesemente escluso dai benefici del miracolo economico, fatica a sbarcare il lunario e, come tutti i suoi familiari, mangia male, non si può curare, non può proteggersi dalla soffocante calura estiva né dai rigori dell’inverno. Capita che Marcovaldo, per riscaldarsi, beva all’osteria e poi si perda per i fumi dell’alcool e per la nebbia della città. Mentre intorno tutto è pubblicizzato, mostrato a portata di mano, è difficile per Marcovaldo e la sua famiglia resistere, da poveri, al consumismo imperante: riempire il carrello di cibo e altre merci che non potranno poi acquistare, come fanno Marcovaldo, sua moglie Domitilla ed i bambini, in Marcovaldo al supermarket è gesto di momentanea e illusoria potenza, che l’età e la diversa consapevolezza dei vari attori rendono gioco più o meno carico di trasgressività e di malinconica e rassegnata sofferenza.
L’ironia di Calvino, sempre presente nei venti racconti, trova forse la migliore espressione nell’ultima favola del ciclo, I Figli di Babbo Natale dove, impietosamente, il Natale è svestito di ogni significato religioso, per mostrarsi grande evento commerciale, momento di consumismo ed ipocrita perbenismo. Calvino, insieme all’ironia, esprime l’amarezza per la famiglia di Marcovaldo che è esclusa dalla “cuccagna”, e con saggezza ci ricorda che la felicità non può consistere nel produrre e consumare di più. Ma è questa una verità dinanzi alla quale il mondo dell’industria e del mercato rimane cieco e sordo.
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